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Giovinezza (Maria R. Tedesco)

Giovinezza (Maria R. Tedesco)

Questa è l’ultima estate dei miei vent’anni, ho preso tre mesi di vacanza dal lavoro, niente pianoforte, niente concerti, niente studio, niente esercizio, non ho fatto niente, non sono andato al mare, non sono andato a divertirmi, non ho letto gli americani, non ho riletto gli americani che avevo letto a vent’anni: le poesie di Spoon River e Faulkner; ho letto le prime 40 pagine di Addio alle armi: il giovane Hemingway è rimasto sospeso sulla sua autoambulanza di latta, alla vigilia della battaglia del Solstizio, dalla sua giovane infermiera ha ricevuto solo uno schiaffo. I miei vent’anni, il mio vecchio cuore che invecchia, le callicarpe che invadono i giardini degli avvocati, degli infelici medici di campagna, i giardini di Lewistown, il cimitero di Oak Hill, dove Master, il sensibile figlio di un avvocato del sud, è cresciuto, ha passato le sere d’estate a sentire odore di fieno e di letame, a immaginare le vite segrete dei suoi concittadini, e scolpire le loro pietre tombali. Sicuramente gli sarà venuta in mente la frase scritta sulla tomba di Keats “Qui giace uno il cui nome è stato scritto nell’acqua”, che lo stesso Keats scrisse, sentendo arrivare la morte dalle lunghe vesti, dai lunghi ca- pelli che sfiorano le caviglie.

Cosa rimarrà della giovinezza? Il suono di un muro vuoto, i versi che infiammano le guance; la giovinezza fa il suono delle pareti cave, delle mo- nete gettate nel pozzo, dei fianchi tenuti fermi, del- le scopate nei bagni della scuola, dei ragazzi con i preservativi nelle tasche, e i giorni della giovinezza sono come frutta toccata che conserva una bella buccia.

Invece, quest’estate, ho letto un povero rinsecchito romanzo abitato da uomini nudi e morenti, in particolare abitato da un professore universitario studioso di Yeats che veniva licenziato. Non un solo soffio della poesia di Yeats c’era in quel romanzo, non un solo viandante, un solo bardo, una sola regina dagli occhi di ghiaccio che presiede a riti di ninfe nel bosco, nel bosco dove scorrono fiumi di birra bionda e scura, dove il vecchio dito ossuto della morte non ci troverà. Ricordo quella sera d’infanzia in cui scoprii il libricino di Hanrahan il rosso su uno scaffale della libreria, il verde cupo dei suoi occhi, le stelle e la notte, il viandante che percorre sentieri di tenebra.

Adesso i trent’anni incombono gelidi, lucidi di febbre. La mia mascella si storce i miei denti ri- tornano storti dopo anni di cure odontoiatriche, ecco che occludo male, che la mascella slitta sulla mandibola. I ricordi risalgono come acqua stagnante, vengono convocati come spiriti nella notte: l’odore della fine dell’estate, odore di erba selvatica, i bambini che corrono dietro le case po- polari, la quiete della vita borghese. L’adolescenza. Lo splendido angelo dell’adolescenza mi ha disdegnato: ho avuto un fisico sfortunato, cosce grosse, ventre prominente, occhi piccoli, sopracciglia folte: l’adolescente dal fisico disgraziato protagonista di film indipendenti, di opere prime di altri ex adolescenti sfortunati. Avevo talento per il pianoforte, passavo lunghe ore a esercitarmi. Quattro ore al giorno in inverno, sei ore in estate. Tutti gli studi di Chopin in repertorio prima dei venticinque anni. Ecco qualcosa da non dimenticare:

i miei venticinque anni. Una sera del mio venticinquesimo anno sentii che ero diventato adulto, decisi di comprare le opere d’arte di un gruppo di giovani artisti americani che avevano fatto un reality show, ecco quello a cui miravo allora: la fama, l’America, essere come loro. Comprai alcuni quadri di Ryan Scholl, ventiseienne amante dell’alcool e in particolare del gin, omosessuale, pittore iperrealista. Viveva a Brooklyn. Con i sol- di ricavati dallo show aveva viaggiato in Francia e in Italia, lo incontrai a Parigi, ubriaco fradicio, in un minuscolo appartamento di un indefinito arrondissement, e poi a Firenze in un vagabondaggio notturno, rideva sempre, adesso dimostra tutti i suoi trent’anni, la giovinezza è agli sgoccioli, i suoi dipinti non hanno più forza, hanno perso vigore, rappresentavano giovani drogati americani, o giovani disagiati nell’atto di bere caffè o drogarsi o fumare, di puntare una pistola davanti a sé con una bandiera americana annodata al collo come mantello. Comprai un trittico: da due nature morte con lattine specchi e cocaina, un ritratto che raffigurava una faccia stravolta, la bocca dischiusa lasciava intravedere denti bianchi e brillanti, di un brillio conturbante.

Adesso il sonno scende sulle palpebre, le rende pesanti, ma è un sonno inconsistente. Quello che non voglio ricordare ritorna in sogno, risalgono i ricordi nella loro lenta risacca, le città in cui ho messo piede: Ankara, la dolce, circonfusa di luce, trafitta da tramonti ultravioletti, con la sua gran- de moschea di Kocatepe dai lunghi minareti, un grande ragno che cerca di aggrapparsi al tessuto del cielo, al centro esatto della città. Milano dove ho mangiato sushi, e Budapest, Praga, Bratislava dove ho mangiato cotolette e spezzatino e gnocchi di pane da inzuppare nel sugo della carne, ricordo in particolare Budapest, quel ristorante poco frequentato e costoso sul lato est del parla- mento, quei due omosessuali che chiacchierava- no a un tavolo esterno nella fredda sera di aprile, io ho mangiato con diffidenza zuppa di zucca e un filetto molto al sangue e sono tornato a Buda, a piedi fino al Danubio e poi in taxi, fino all’al- tra sponda, dentro il castello, dentro i bastioni dei pescatori, davanti alle ricche case di Buda con i loro invisibili proprietari, il vasto Danubio, una musica di pianoforte veniva fuori da una finestra, Scrjabin, forse un pezzo per sola mano sinistra, un grido sommesso di dolore, un pezzo scritto per ricordare di essere un pianista con un sola mano. Scrjabin: dalle mani piccole, competitivo e ambizioso. Si rovinò le mani suonando Beethoven e Balakirev senza sosta. Fu la sua ambizione a fargli saltare i tendini e le articolazioni, gli esercizi estenuanti e forsennati, l’invidia per le enormi mani di Rachmaninov e per un giovane virtuoso del conservatorio di Mosca, di cui Scrjabin voleva dimostrare di essere migliore. Quel pezzo era il grido di dolore nell’ambulatorio del medico.

Glenn Gould, l’ossesso, il fobico, suonava divinamente i walzer di Scrjabin. Sulla copertina di quel disco era immortalato con le mani in tasca, con le spalle incurvate, lo sguardo obliquo fuori dall’inquadratura, una prateria innevata alle sue spalle. Glenn Gould aveva paura dei germi, per questo non andò a trovare sua madre in ospedale, lasciò che morisse senza neanche un saluto, un ultimo bacio sulla guancia grassa. Si chiuse nel suo studio di registrazione a suonare Bach e non ne uscì più.

Quando ero giovane avevo coraggio, Massimiliano me lo diceva sempre. Facevamo lezio- ne nel suo ampio studio al piano terra della sua casa. Facevamo lunghe lezioni di armonia in cui parlavamo continuamente. Massimiliano era un compositore. Forse ha sognato la gloria, seppure effimera. Ha sognato di essere trascinato dal successo per tutta Europa, come il compositore minore di una sinfonia esotica, un molle artista francese che torna a Parigi dopo un viaggio in oriente, e nella sua sinfonia evoca la tempesta nel deserto, i mercanti nomadi, i muezzin che cantano l’invito alla preghiera, e incanta il pubblico, forse si è visto trasportato dallo stesso successo effimero del molle compositore francese, o forse no, for- se ha vagheggiato il grande successo, il successo assoluto: l’immortalità, le sue opere a fianco dei grandi, la sua musica conservata in edizioni di pergamena, con spessi caratteri sul dorso.

Chissà come dorme Massimiliano adesso, al fianco della sua giovane moglie, se ascolta musica quando non riesce a dormire, e cosa ascolta, se tutta quella musica gli entra in testa e ne esce trasformata, se gli suscita altra musica e vorrebbe alzarsi per mettere su carta, ma ci rinuncia. Non si alza rimane immobile steso supino, a che serve tanto? La vecchiaia è alle porte.


foto © Laura Rosa 2017