Il tramezzino – cap. 12 (Luigi Siviero)

Capitolo 12

Il viale, perfettamente diritto e pavimentato con un alveare di mattonelle esagonali, scardinate e sollevate a intervalli regolari dalle radici degli immensi platani che lo costeggiavano in fila regolare, attraversava in tutta la sua lunghezza un parco pubblico edificato a ridosso della riva destra di un torrente, prossimo a confluire nel fiume più importante della città.

In tempi ormai lontani la ciclica furia del corso d’acqua aveva reso necessaria la costruzione di argini alti sei o sette metri, per impedire che esondasse nei periodi di piena. Era soprattutto in autunno, quando le nuvole cariche d’acqua avvolgevano i monti attorno a Trento e per giorni scaricavano sulla valle una pioggia costante e insistente, che il torrente Fersina levava la maschera di quieto ruscelletto e si gonfiava, sfogando la sua rabbia repressa contro chi aveva osato imbrigliarlo fra due muraglioni. All’improvviso si ricordava di essere nato selvaggio, a dispetto dei tentativi degli uomini di civilizzarlo, e mostrava quanto fosse fiero della sua natura. Fragoroso e gorgogliante, urlava la propria voglia di ribellione, aumentando all’impazzata la velocità di scorrimento e colorandosi della terra smossa durante la sua corsa furiosa, senza però riuscire mai ad avere la meglio su quelle due barriere laterali che lo avevano condannato a un’eterna e inesorabile prigionia.

Lungo il tratto dell’alveo del torrente che si trovava all’interno della città era stata ammucchiata della terra per creare un continuo terrapieno addossato agli argini, che aveva trasformato la zona attraversata dal corso d’acqua in un dosso bifronte. Faceva eccezione proprio il pezzo di argine dove si trovava il giardino rialzato, edificato seguendo un differente progetto architettonico: a una quindicina di metri di distanza dall’argine era stato costruito un muro di pietra alto quanto l’argine stesso e parallelo a esso; poi lo spazio fra i due sbarramenti era stato riempito di materiale e terriccio in modo da creare un gigantesco terrazzo che era diventato un parco dal quale si potevano dominare con lo sguardo le vie sottostanti.

Vi si accedeva da una viottola a zig-zag situata a metà del parco, da un ponte di legno riservato a pedoni e ciclisti, da due ripide scalinate incavate nel muro perimetrale oppure dai marciapiedi di due vie che salivano lungo i terrapieni all’estremità del giardino pubblico. Dopo essere entrato nel parco da quest’ultimo ingresso, lo scrittore stava percorrendo il viale alberato del parco, noto per essere frequentato da più o meno affascinanti mamme provviste di passeggini e bimbi vocianti al seguito. Non era tuttavia la magnetica attrazione materna ad attirarlo.

La sua unica preoccupazione era fare la spesa e ritornare velocemente alla sede della casa editrice dove lo aspettava Margot, cioè Paola… Si può immaginare facilmente come una preoccupazione di questo tipo non appartenesse a quel genere di preoccupazioni che causano stress, insonnia e necessità impellente di ricorrere al sostegno di psicologi e analisti. “Preoccupazione”, se lo era, si faceva per dire. O per errore nella scelta del vocabolo. La preoccupazione che il supermercato chiudesse alle 12:00 anziché alle 12:30; la preoccupazione di trovare coda alla cassa; la preoccupazione che il negozio avesse esaurito la scorta di funghi trifolati. Ecco, questo tipo di preoccupazione…

I suoi blandi pensieri, invece, erano rivolti a fattori del tutto accidentali come lo scroscio lieve dell’acqua del torrente, l’alveare di mattonelle esagonali divelte qua e là dalle radici dei platani, incuranti dello sforzo fatto da architetti e muratori per assicurare alla pavimentazione una forma perfettamente piana e simmetrica, e la vegetazione selvaggia sui bordi dell’alveo resi asciutti dalla secca. Per lui era motivo di fascinazione osservare gli isolotti che per qualche settimana rosicchiavano l’alveo del corso d’acqua domato dalla siccità. Complice l’incapacità del torrente di contrastarli a causa della sua mansuetudine, lembi di terra si innalzavano e consolidavano fino a ospitare un principio di erbe e fiori, per poi venire travolti e cancellati alla prima piena.

Era una tipica fine di mattinata azzurra e fredda, di quelle ideali per riuscire a estraniarsi dalla vita e dal mondo circostante almeno per qualche istante. Sugli isolotti, qua e là, qualche fiore era sbocciato. Sembrava che niente potesse riportare lo scrittore alla realtà, quando all’improvviso un suono indistinto lo scosse dal torpore, disorientandolo: – Che sorpresa!

Dopo un istante di sbandamento lo scrittore udì chiaramente qualcuno dire: – Il signor sostituto procuratore!

L’esclamazione era giunta da un’allegra voce femminile alle spalle dello scrittore. Era proprio lui, lo scrittore, quel certo sostituto procuratore a cui si era rivolta la donna. L’uomo riconobbe immediatamente la voce di lei e quel titolo scherzoso che ormai faceva parte di un gioco consolidato fra i due, e si girò per salutare Valentina.

– Non ha smesso di essere un latin lover, vero? – chiese Valentina senza dargli la possibilità di rispondere al saluto. – Quanti cuori ha spezzato? – lo scrittore sorrise compiaciuto e Valentina aggiunse con un pizzico di ironia: – No, preferisco non saperlo. Non risponda.

Risero entrambi. Lo scrittore non era stato e mai sarebbe diventato un sostituto procuratore, e nemmeno un latin lover, se non sul palco di un teatro che aveva calcato per la prima e unica volta in occasione dello spettacolo di fine anno, alla scuola di teatro. Aveva frequentato il primo anno del corso teatrale allo Spazio 14, perché voleva imparare a parlare in pubblico e capire le dinamiche degli spettacoli teatrali con una prospettiva interna, nel caso in cui un giorno avesse avuto l’opportunità di scrivere un dramma. Tanto gli era bastato per rendersi conto che era meno peggio buttare via la sua vita come scrittore che come attore. Faceva proprio schifo, come attore. La sua esperienza alla scuola di teatro si era conclusa con l’interpretazione del sostituto procuratore in uno spettacolo intitolato Le baruffe, basato su una riscrittura da parte di Tullio Avoledo delle Baruffe chiozzotte del Goldoni. A dirla tutta il sostituto procuratore era uno sfigato sporcaccione che ci provava con tutte le ragazzine che gli capitavano a tiro, senza mai cavare un ragno da un buco, ma se Valentina preferiva vedere quel personaggio come un latin lover, come poteva lui darle torto?

– Ciao Valentina! Che sorpresa! – esclamò il sostituto procur… cioè, lo scrittore. – E quel passeggino cosa significa? Non puoi avere avuto il tempo di diventare mamma dall’ultima volta che ti ho vista. – Valentina spingeva un passeggino ultimo modello con ruote da gara campestre. A bordo c’era un bambino che dimostrava all’incirca un anno di età.

– Non è mio figlio. Faccio la baby sitter.

– Non fai più la commessa in quel negozio di cibo per animali? – chiese lo scrittore, incuriosito. Ora che aveva incontrato Valentina, lo scrittore aveva smesso improvvisamente di fare caso alla vegetazione dell’alveo del torrente e alla disposizione delle mattonelle esagonali.

– Sì, quello è il mio lavoro principale, ma è part-time, sai com’è… senza marito e con due figlie un part-time non basta.

Slacciò la cintura che teneva fermo il bambino all’interno del passeggino. Poi lo prese in braccio e lo mise a terra. – Sta imparando a camminare. Ha quasi un anno. – disse tenendolo per mano. – Adesso lo faccio salire sullo scivolo. Tu come stai?

Valentina e il bambino, mano nella mano, si diressero verso lo scivolo seguiti dallo scrittore. Mentre camminavano la donna lasciò la mano del bambino, che approfittò della libertà concessagli per tentare una goffa corsa. – Attento a non cadere, Federico! – lo avvisò Valentina alzando lievemente il tono della voce per assicurarsi che la sentisse. Poi si voltò verso lo scrittore e gli sorrise. – Continui a scrivere? – chiese.

– Sì, ci provo… – disse lo scrittore senza entusiasmo, lasciando trasparire che non poteva fare un vanto di quello che aveva ricevuto dalla vita, sempre che avesse ricevuto qualcosa…

Raggiunsero lo scivolo. Federico era troppo piccolo per salire da solo in cima allo scivolo, così Valentina lo prese in braccio, lo sollevò e lo appoggiò sulla pedana di partenza. La discesa fu divertente per il bambino, che volle riprovarla non appena arrivato in fondo. Lo scrittore si offrì di rimettere il bimbo in cima allo scivolo per un paio di volte. Indaffarati con Federico che richiedeva la massima attenzione, Valentina e lo scrittore persero per un attimo il filo del discorso.

Poco più tardi fu la donna a dire: – Non ho mai capito bene cosa scrivi. – Nel mentre collocò Federico nel passeggino. – Oggi non vuole dormire. Spero che la corsetta di prima lo abbia stancato un po’.

– Sì, vedrai che adesso si addormenta – la rassicurò lo scrittore, che proseguì: – Ho scritto soprattutto libri di saggistica: ne ho fatto uno su Dylan Dog, uno sull’11 settembre e la Guerra al terrore, poi altri. Tutta roba di nicchia. Ho scritto anche qualche racconto e un bel po’ di poesie, ma le ho solo auto-pubblicate.

Ritornarono sul sentiero lastricato di mattonelle esagonali.

– Cosa vuol dire che le hai auto-pubblicate? – chiese Valentina.

– Ho fatto pubblicare dei libricini da un sito che fornisce il servizio di stampa. Non c’è un editore che valuti la bontà dei manoscritti, investa dei soldi e faccia distribuire i libri nelle librerie: ho solo pagato le spese di stampa e mi sono fatto spedire una manciata di copie da regalare agli amici. Poi ho pubblicato in rete un’edizione digitale a pagamento.

– Di recente anche il mio ragazzo ha pubblicato in ebook un racconto che aveva nel cassetto. Vendono bene i libri fatti così?

– Le poesie non se le fila nessuno. Zero, proprio. I racconti non so se possano andare bene in digitale. Non ne ho mai pubblicati così. Ogni tanto ne metto in rete uno, ma non in vendita. Questa settimana me ne ha pubblicato uno il sito della rivista Lahar Magazine. Il titolo è Le mutandine commestibili. Vuoi leggerlo?

– Le mutandine commestibili? – rise di gusto. – Certo che voglio leggerlo! Sono proprio curiosa…

– Hai lo smartphone? Cerca “Lahar Magazine” con Google. Il racconto è nella home. – Smisero di camminare perché Valentina non poteva leggere sullo smartphone e spingere il passeggino contemporaneamente. Si fermarono lungo il viale, all’ombra dei platani.

Prima di fare la ricerca con Google la ragazza controllò se Federico fosse in procinto di dormire. – Oggi non c’è verso. – disse – È agitato. Secondo me è geloso! È la prima volta che mi vede con un uomo. – Lo scrittore sorrise.

Le mutandine commestibili era la storia di una studentessa di giurisprudenza che doveva scrivere la tesi in diritto tributario. L’argomento della ricerca era: quale IVA si applica alle mutandine commestibili? L’IVA sugli indumenti o quella sugli alimenti? Questo spunto dava il là a un breve racconto erotico barra ironico. Valentina lo lesse divertita ad alta voce, provando un po’ di imbarazzo quando giunse al vocabolo “figa”, che nel racconto compariva due volte. Venivano menzionati infatti un certo fidanzato a cui “Non (…) era mai piaciuto il sapore della figa” e una certa fidanzata che definiva il materiale zuccheroso di cui erano fatte le mutandine commestibili “Buono quando ho la figa che mi bolle e lo fa sciogliere”. Non che Valentina volesse fare la bacchettona, ma sarebbe stato contrario ai suoi doveri di baby sitter pronunciare ad alta voce il vocabolo “figa” davanti al bimbo che accudiva. Terminata la lettura del racconto riuscendo a fermarsi in tempo entrambe le volte prima di dire “figa” ad alta voce, Valentina si complimentò con lo scrittore.

– È scritto davvero bene. Hai mai pensato di puntare sulla narrativa?

– Sto provando a scrivere un romanzo. Da due giorni sto discutendo con un editore che sembra interessato.

– Complimenti! – disse Valentina con entusiasmo. – Allora potrò leggere presto il tuo primo romanzo!

– Non ne sarei così sicuro. – disse lo scrittore con tono rassegnato. – Quel tipo che vuole pubblicarmi fa tanti castelli in aria, parla addirittura di adattamenti cinematografici e si spaccia per produttore, ma ho il terribile sospetto che sia solo un cialtrone.

– Altri che potrebbero pubblicare il romanzo ce ne sono?

– No! – rispose perentorio lo scrittore.

– Ma allora sei un morto di fame! – disse Valentina, accompagnando la frase con un sorriso candido.

Lo scrittore ci pensò un attimo. Era stupito e perplesso. La frase era vera: Valentina ci aveva preso in pieno; tuttavia il motivo dello stupore e della perplessità era che quella frase fosse stata semplicemente pronunciata a lui in maniera diretta e ad alta voce. Non se la prese perché sapeva che Valentina non era capace di dire una simile frase con cattiveria. “Forse si è trattato solamente di una scelta infelice dei vocaboli”, pensò. Poi replicò in maniera tale da sdrammatizzare: – Non la metterei proprio in questi termini… Certo, forse dire che sono un morto di fame è un po’ esagerato, ma nella sostanza direi che non posso darti torto…

Valentina sorrise di nuovo e disse: – Ma non ti ricordi le lezioni di storia del teatro? L’insegnante aveva chiamato “morti di fame” quegli artisti del passato che avevano vissuto nella miseria perché solo dopo la morte ne era stata riconosciuta la grandezza.

– Ah, sì, adesso ricordo! – disse lo scrittore ringraziandola, felice. Evidentemente Valentina riteneva “morti di fame” un’espressione piegata a identificare una categoria di scrittori e simili, che in risposta a un ideale romantico erano pronti a bruciare come falene sacrificando sé stessi su una pira di devozione all’arte.

– Non te la sei presa? – chiese Valentina, timorosa di avere fatto una gaffe.

– Assolutamente no. Anzi, potrei usare questo nostro dialogo per scrivere un racconto! – disse lo scrittore. Fece sembrare la risposta una battuta, ma in realtà stava già pensando a come incastrare l’episodio all’interno del romanzo in lavorazione. La sua idea era di cortocircuitare realtà e finzione chiudendo il dialogo con una battuta del protagonista che diceva di voler utilizzare “questo nostro dialogo per scrivere un racconto”, con punto esclamativo finale.

Nel frattempo, Valentina e lo scrittore arrivarono all’altro capo del parco. La baby sitter doveva ritornare indietro, proseguendo una lunga passeggiata che prevedeva almeno tre giri dei giardini in compagnia del bimbo, che quel giorno proprio non voleva saperne di addormentarsi, così i due si salutarono baciandosi sulle guance.

Lo scrittore si chiese se fosse sufficiente darsi i bacini e dirsi “ciao”. Avrebbe voluto rincuorarla e farle sapere in qualche modo che non si era offeso per quel commento in apparenza così crudele, ma animato in realtà da buone intenzioni. Non riuscì a dirle, o forse non lo volle, che “morto di fame”, detto da lei in quel modo, era il complimento più bello che avesse mai ricevuto in tutta la vita.

 


Questo capitolo fa parte del romanzo di Luigi Siviero recentemente pubblicato “Il tramezzino”, che può essere acquistato on-line su tutti i maggiori store di libri oppure direttamente sul sito dell’editore, a questo link: http://blogger.centoparole.it/prodotto/il-tramezzino/

 

Luigi Siviero

Sono nato a Trento il 6 giugno 1977. Laureato in giurisprudenza. Ho realizzato il saggio “Analisi del fumetto”, il fumetto sperimentale “(C6H10O5)n” e degli interventi critici pubblicati in “Garth Ennis. Nessuna pietà agli eroi” e nel catalogo della mostra “Interni immaginari” del festival Lucca Comics & Games. Nel 2012 è uscito Dylan Dog e Sherlock Holmes: indagare l’incubo, un libro che contiene un’analisi del Dylan Dog di Tiziano Sclavi accompagnata da un’intervista al creatore dell’indagatore dell’incubo. Nel 2013 è stato pubblicato il saggio Dall’11 settembre a Barack Obama. La storia contemporanea nei fumetti, dedicato ai fumetti che hanno come temi gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 e la Guerra al Terrore. È del 2016 il libro Sherlock Holmes. L’avventura nei fumetti, una monumentale catalogazione sistematica dei fumetti legati a Sherlock Holmes usciti in tutto il mondo dalla fine dell’Ottocento al 2016. Ho pubblicato racconti, poesie, fumetti e articoli su «Lahar Magazine», «Fumo di China» e «Trentino Mese», nei siti Fumetti di Carta, Lo Spazio Bianco e BilBOlBul e in diverse antologie. Assieme al disegnatore Simone Michelini ho realizzato un fumetto di Daryl Dark apparso nell’antologia Daryl Dark – Stagione due. I miei libri di poesie sono Velo d’oscurità, La composizione chimica dell’Inferno e Elogio del suicidio. Nel 2016 ho vinto il Premio Fogazzaro nella sezione Microletteratura e social network – Premio speciale umorismo.

Nel 2018 pubblica il romanzo “Il tramezzino” per Cento parole editore.

Collabora con la rivista “Spazio”.

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