“I cannibali” di George Tabori: cibo per la mente (Francesca Frisanco)

Restare saldamente ancorati ai propri principi morali o infrangerli e cercare la sopravvivenza ad ogni costo, per diventare testimonianza vivente della pagina più buia della storia europea del XX secolo? Questo è in sintesi l’atroce dilemma attorno a cui ruota l’opera teatrale di George Tabori “I Cannibali”. Se secondo la ben nota affermazione del filosofo Theodor Adorno nella sua opera Dialettica Negativa “Dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d’arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”, Tabori decide di raccontare la vera storia del padre morto proprio ad Auschwitz sotto forma di commedia. Egli infatti mette in scena un gruppo di figli di ebrei (e non) morti nei campi di concentramento che con l’aiuto di due sopravvissuti cercano di ricostruire le vicende avvenute nella baracca a cui erano stati assegnati, e lo fa prendendo in prestito l’effetto di “straniamento” da Brecht. In questo modo quindi, essi interpretano contemporaneamente sé stessi e i rispettivi genitori (agendo quindi come attori) creando una pluralità di livelli narrativi che a momenti rischia di confondere lo spettatore.

Nella vicenda narrata ne “I Cannibali”, l’orrore nell’orrore è costituito dal fatto che l’unica possibilità di sopravvivenza dipende dalla scelta di mangiare i propri compagni di baracca morti. Il conflitto che l’autore, tramite i suoi protagonisti, cerca di raccontare e di analizzare è infatti quello tra la spinta alla sopravvivenza, che implica il cedere alle proprie pulsioni più viscerali, e il rispetto della propria morale. Il fatto che si tratti di un dramma personale, e l’assurdità della vicenda che si è realmente svolta, dà al testo ulteriore slancio e sembra essere per Tabori quasi un modo per elaborare il lutto e l’insensata morte del genitore.

I personaggi de “I Cannibali”, vanno oltre i tratti macchiettistici e diventano dei veri e propri paradigmi universali. La figura centrale è sicuramente quella di Zio, la coscienza del gruppo che vorrebbe far desistere gli altri dal proposito di cibarsi del compagno morto. Mentre gli altri imbruttiscono come bestie a mano a mano che il dramma procede (e anche nel regno animale poche specie si nutrono dei propri simili), egli rende esplicito allo spettatore il dilemma a cui è sottoposto. Dal suo punto di vista, il dilemma morale ha anche risvolti religiosi: egli accusa infatti Dio di averli abbandonati e di conseguenza di dover farsi carico personalmente di evitare ai compagni la dannazione eterna. Se Guccini cantava “Nei campi di sterminio Dio è morto”, Tabori fa intervenire nell’opera lo stesso Dio (o meglio, uno dei personaggi che inscena il Signore per farsi beffe di Zio), che accusa Zio di esagerare nelle sue lamentele e gli elenca tutti i cibi proibiti dalla dottrina per convincerlo che il terribile pasto non sarebbe in contrasto con i precetti della Bibbia.

Gli unici due sopravvissuti, e quindi coloro che hanno preso parte al macabro banchetto, sono descritti come due obesi con problemi cardiaci, che una volta trasferitisi in America sono diventati frequentatori abituali di fast food, come se dopo aver vissuto la privazione più estrema non si potesse far altro che compensarla per eccesso nel senso opposto, anche a scapito della propria
salute. Essi a distanza di anni giustificano le proprie azioni affermando che una volta nel piatto qualunque cibo perde ogni legame con la sua essenza precedente (“Una cotoletta di maiale non mi ricorda un maiale.”), ma sono ancora tormentati da conati di vomito come per una sorta di legge del contrappasso in vita.

Nessun personaggio è marginale o lasciato al caso, ma ciascuno porta sul palco la propria storia e il proprio fardello personale. Per esempio, la figura del Ragazzo simboleggia l’innocenza ormai perduta di un’intera generazione di ebrei che è mandata a morire ancor prima di diventare adulta e ai quali non bisogna più nascondere il fatto che la pioggia che bagna Auschwitz nel suo tragitto porta a terra ciò che rimane delle persone bruciate nei forni.

Tabori inserisce nel dramma anche il punto di vista degli aguzzini. La figura della SS Schrekinger (nome che è molto simile alla parola tedesca “schrecken” che significa “spaventare”) permette infatti all’autore di fare alcune riflessioni sul motivo per cui un intero popolo sia stato sterminato e se sia stato in qualche modo partecipe del suo stesso massacro. Tabori, essendo ebreo, può infatti permettersi di fare del sarcasmo, se non lanciare vere e proprie accuse, sul suo stesso popolo, dipingendolo, anche attraverso le parole di Schrekinger, come votato al sacrificio e incapace di reagire. In particolare, la SS descrive gli ebrei come disciplinati e alteri, e viene quasi affascinato dal loro riuscire ad essere al di sopra del dramma che li circonda. In un momento paradossale dell’opera, è il carnefice che accusa le sue vittime di farsi portare al macello.

L’impossibilità di fare i conti con la propria storia familiare non è solamente una prerogativa delle vittime, ma anche di chi, non per propria scelta, si è trovato dalla parte dei carnefici. Significativa in questo senso è la decisione di coinvolgere nella rappresentazione, tra i protagonisti dell’opera, anche il figlio della SS, che vuole sapere con insistenza quale è stato il ruolo del padre in guerra e che otterrà in risposta solo generiche giustificazioni (“Obbedivo agli ordini. Tutti obbedivano agli ordini.”). Tabori sembra voler in questo modo rappresentare la volontà di parte del popolo tedesco di prendere le distanze dalla generazione che l’ha preceduto, ha partecipato alla guerra ed è stata testimone (se non complice) dell’ascesa del nazismo. Lo storico tedesco Ernst Nolte, riferendosi alla Storia della Germania della fine del XX secolo, usava il concetto “Die Vergangenheit, die nicht vergehen will”, cioè “il passato che non vuole passare”, come se quello che è stato allora e ciò che esso ha significato per un intera nazione si riproponesse ciclicamente e non riuscisse ad essere mai completamente digerito dalla memoria collettiva, al pari dell’atroce pasto per i due sopravvissuti dell’opera di Tabori.

Infine, non ultimo nell’elenco dei “tipi” di Tabori c’è il povero Puffi Pinkus, portata principale del terribile banchetto che interviene periodicamente per commentare gli avvenimenti e disquisire di gastronomia nonostante la sua dipartita.
Per quanto possa sembrare unica e a tratti inverosimile, la vicenda narrata può essere
interpretata come una metafora più ampia. Con riferimento ai campi di concentramento si potrebbe infatti pensare ad un parallelo con l’operato dei kapò, ebrei a capo delle baracche dei campi che decidevano di collaborare con i tedeschi infierendo sugli altri compagni di sventura in cambio di qualche vantaggio e con la promessa di venire risparmiati: “fagocitare” i propri simili mettendo da parte ogni riserva morale pur di afferrare anche la più flebile speranza di sopravvivenza. La decisione di consumare l’atroce pasto per i protagonisti de “I Cannibali”, tuttavia, assume una valenza più alta di quello che potrebbe sembrare a prima vista/lettura: non deriva infatti semplicemente da bassi istinti di sopravvivenza, ma dal desiderio razionale di poter mostrare di persona sul proprio corpo i segni di ciò che è accaduto, di modo da avere la più assoluta certezza che nulla del genere possa più ripetersi. A tale proposito, come in altri documenti che narrano dell’Olocausto, anche ne “I Cannibali” è centrale il tema della memoria dell’orrore.

Ogni anno, soprattutto in occasione della Giornata della Memoria, si viene sommersi da infinite opere (libri, film, etc.) che affrontano il tema della Shoah. Alcune di queste sono dei passaggi obbligati nella creazione di una coscienza storica nelle nuove generazioni, come ad esempio la lettura di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Tuttavia, la ritualità imposta rischia di far sì che questo giorno diventi quasi un atto di commemorazione obbligato e non effettivamente sentito. Per questo, la lettura/visione della commedia di George Tabori può essere un modo per ragionare sul tema Olocausto con nuovi argomenti e una prospettiva non convenzionale.

L’impatto con il testo è sicuramente forte: Tabori non fa sconti a nessuno, usa un linguaggio in alcuni tratti crudo e esprime concetti scomodi. La forza di quest’opera è però il fatto di ricorrere ad un’arma potentissima: l’umorismo. Se alcune parti provocano infatti una risata “a livello di pancia”, il nostro cervello ci spinge a bloccare la risata sul nascere, facendoci quasi sentire in colpa del nostro primo impulso. Questo doppio passaggio ci spinge a riflettere su quello che stiamo vedendo e riesce a imprimere le immagini e concetti più forti nella nostra memoria.

L’opera di Tabori con il suo linguaggio forte, le immagini grottesche e umoristiche, parla dritto alla pancia del lettore/spettatore ma, una volta “digerito”, diventa cibo per la mente. Per questo, dovrebbe essere riscoperto come autore in Italia e fatto conoscere al pubblico.

 


Francesca Frisanco: Amante della lettura e della scrittura (ha composto la prima poesia all’età di 8 anni, fatta trascrivere dalla maestra sui quaderni di tutti tra lo stupore dei compagni di classe. Talmente emozionata di ritrovarsi tra Pascoli e Carducci ha deciso per il momento di appendere la piuma d’oca al chiodo), di musica (allevata a pane, Verdi e Bruce Springsteen, cresciuta nel periodo in cui imperava Britney Spears, oggi spazia allegramente da un genere all’altro), pittura (all’ennesima copia ad olio di un Van Gogh sua madre ha dichiarato: “Se lo appendo lo spolveri tu!”), di teatro, di cinema (si vanta di saper riconoscere anche le comparse minori di qualunque film, stile IDM umano) e di qualunque cosa abbia a che fare con l’ambito artistico, cerca sempre di mantenersi informata sull’attualità e curiosa dei mutamenti che attraversano la società.

Please follow and like us:
0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *