La corte dei miracoli (Annalia Bellan)

Che cosa accadrebbe se vi fosse un messia? Se la folla si trovasse davanti la tanto attesa salvezza?
Sarebbe davvero felice?
C’è uno strillone che in siciliano si mette a vendere tutto d’un fiato gli articoli per la situazione, così ti salvi meglio: una sedia di tela bianca e rossa ormai scolorita dal sole, dei cornetti di peperoncino, un ciuffo di capelli del Salvatore, una bibbia bignami.
L’odore è di polvere e sudore; sono giorni che sono in fila in attesa per accaparrarsi i posti, gli occhi sono secchi dal sole e dal vento. E tra l’ocra della sabbia e il bianco delle case, non manca il rosso del sangue secco per terra. Due tizi hanno fatto a botte perché sostenevano due versioni dif- ferenti del martirio di S.Rocco.
Rallentamento del battito generale, la folla si congela, nessuno fiata. È arrivato.
E come se tutta la scena fosse gestita da una manovella, questa gira e si recupera il tempo perduto, andando in accelerazione.
Ci sono due anziani che discutono. Cristochedelusione. Me lo aspettavo più alto.
Siamo vicini al mare, e uguali a scrosci di onde le voci delle donne; chiacchiericciano (ossia men- tre chiacchierano si lisciano i ricci a vicenda) ch’e bellchepparuddiu!
Ha iniziato a parlare. Ci sono boati di entusiasmo, come elettroni impazziti sembrano tutti salta- re stando fermi. Gente che piange, che urla, che si butta a terra tentando di toccargli un piede.
Poi i sacerdoti iniziano a fare da guardie del corpo, e tirano giù chiunque gli si avvicini troppo «Giù bestie, che si indispone!». Poco alla volta i battiti di mani scemano, si sentono le mandibole scricchiolare per i pistacchi. Qualcuna schiocca per lo sbadiglio.
Un bambino piange, perché è stanco e vuole solo andare a casa. La mamma se lo lancia sulle spalle. Ormai non riesce a tenerlo in braccio più di tanto, è alta uno e cinquanta. «‘Ndiamo va’. Che tanto poi ne troviamo un altro».
Ecco. Questa è la mia immaginazione. Ma quanto è diversa dalla realtà?
Partiamo la sera prima, facendo tappa a Bergamo. La mattina all’alba ripartiamo per andare a Milano, dove la guru darà il suo insegnamento. La sua filosofia ha mosso grandi masse, si fon- da sull’amore. Arriviamo alle sette e quaranta, ci sono già persone in fila. Qualcuno appena arriva abbraccia lungamente altri della fila, si vedono una volta all’anno.
Mano a mano che passano i secondi la fila si ingrossa, tutti hanno gli occhi stanchi e gonfi ma sembrano abbastanza motivati. Tranquilli si met- tono ad aspettare.
Alle nove apriranno i banchetti e distribuiranno i numeri con cui potremo accedere all’inse- gnamento. In fila ci sono persone molto diverse fra loro. Alti bassi, piccoli e grandi, vestiti senza niente di particolare, vestiti da santoni aspiranti o desideranti. Vestiti poco. Multistrati.
Poco dopo una signora decide di mettersi a parlare con me.
Sa di muschio bianco a chilometri di distanza. Ha i capelli rossi tinti, i pantaloni giallo fluo e le scarpe da ginnastica bianche.
Siamo entrambe nella fila dei vergini, ossia chi è “la prima volta nella vita” che ricevono l’insegnamento. Parla a raffica, spiegandomi che lei fa tutti gli esercizi tutte le mattine e che ha iniziato questo percorso ed è felicissima e il navigatore le ha fatto sbagliare strada.
Dopo due ore e mezza di attesa in piedi, in cui facciamo amicizia con una fiorentina insegnante di yoga, possiamo ricevere il numero e andare a sederci al piano di sotto.
Vendono di tutto, dalle bandierine colorate da appendere in casa, agli incensi, cibi vari, magliet- te, foto della guru. Le innumerevoli persone inizia- no a girare per la fiera, o si siedono finalmente.
Si fondono gli odori delle persone, per lo più italiane, qualche indiano e qualche asiatico, e degli incensi forti mischiati alle spezie che provengono dalle cucine. Per un fugace istante ho la piacevole sensazione di non sentire più l’odore di muschio bianco.
Siamo millemila ma fa un freddo della Madonna.
C’è un maxischermo, in cui in italiano si racconta in che modo questa guru abbia aiutato il mondo.
Infine la security mette tutti al loro posto, perché sta per arrivare, ed ogni anno c’è qualche fanatico che si vuole fiondare su di lei. Assieme a Pantaloni Fluo e Fiorentina Yoga, si siede con noi il compagno di Fiorentina, Rastone Grigio, che indossa un maglione multicolore. Mi racconta che lui l’ha già vista almeno tre o quattro volte, in India. E la prima volta ha pianto.
In contemporanea Pantaloni Fluo non si fa scrupolo a emettere in apnea diretta all’altro mio orecchio, che non ha ancora capito come facciamo a metterci nella fila per ricevere l’insegnamento.
La guru scalza, su un tappeto, cammina verso il palco, e si siede alla sua postazione con le gambe incrociate, seguita dai sacerdoti vestiti di arancione o bianco, qualcuno è italiano e qualcuno indiano. Dalle undici rimarrà là per altre dieci ore circa senza pause.
Oggi è il primo di tre giorni.
Prima dell’insegnamento, ci invita tutti insieme a seguire la meditazione guidata da lei.
Dura circa un’ora. È nella sua lingua, ed è abbastanza ipnotica.
Cala una concentrazione e tranquillità collettiva. Sento il mio battito e mi chiedo se sia coordinato con quello altrui.
E già qui, sorge il problema. Durante una meditazione dovresti smettere di pensare e di avere un corpo.
È finita, tutti aprono gli occhi lentamente, come dei petali. È arrivato il momento.
Ci mettiamo in fila, rigorosamente senza scarpe. Arrivati sul palco, ci prenderanno delle persone, ad ogni passaggio, per fare più in fretta, essendo che siamo molti.
Il traduttore si premura di darci le istruzioni. Non appoggiarsi sul sari della Maestra, per evitare che rimanga trucco o odore, non perché a lei dia fastidio, ma per evitare che dia fastidio a quelli dopo di noi. Non appoggiarsi a lei, ma appoggiare le mani sul suo seggio. Sarà lei ad abbracciarci.
Esatto, l’insegnamento è conferito attraverso l’abbraccio univoco. Non serve ricambiare, dicono.
La cosa migliore che possiamo fare è pensare, grazie.
Dice, che lei vorrebbe avere più tempo per tutti noi, ma non è possibile, siamo troppi, ma non importa; non è il tempo di durata ma la qualità che conta.
Prima che mi renda ben conto di cosa accada, sono passata di mano in mano e ho ricevuto l’abbraccio e qualcosa che mi è stato sussurrato nell’orecchio, ed è già il momento in cui qualche volontario mi alza in piedi e mi fa sedere poco più in là.
Mentre ciò avveniva, qualcuno mi ha messo qualcosa nella mano destra, lo stringo e non vedo cos’è.
Dopo almeno dieci minuti in cui è permesso (consigliato) stare alla sua presenza, meditando sul palco, possiamo tornare al posto.
Sono un po’ spaesata e mi gira un po’ la testa. Più o meno tutti se ne vanno barcollando dal palco.
Tornata al posto mi rendo conto che i sacerdoti e vari volontari gestiscono la meditazione generale. Mantra, strumenti a percussione e metallici, sempre ipnotici. Non viene voglia di andarsene da quel posto. Si sta bene.
Questo è ciò che mi voglio portare a casa.
Arrivata al posto, Pantaloni Fluo mi lancia addosso come una saetta «Ma è inutile che poi se si arriva qui e si riceve la lezione del cuore e non si mette in pratica nella vita quotidiana è inutile».
Non do segno di risposta verbale, e mi concentro su aprire la mia mano, ancora chiusa, un dito alla volta.
Scopro un petalo di rosa… è incartata in una fulgida carta una caramella low budget.
Dice un detto zen: la barca che ti porterà dall’altra parte è il tuo Maestro. Non guardare a come è fatta la barca.
Ma credo di dovermi esercitare ancora un po’.

 


foto © Annalia Bellan 2017

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